7. Ruvo sotterranea

Il 29 giugno 2017, alle 18.30, in partenza dall’Officina del Piano – Parco dell’Alta Murgia, salpa la settima nave in programma in nóvǝ nóvǝ nóvǝ – nove navi nuove. Una passeggiata in superficie, organizzata con il Gruppo Speleologico Ruvese e col patrocinio di SIGEA Puglia, impegnati insieme nella promozione della geocultura col programma “Sinergie per il territorio”. Il dialogo itinerante si sviluppa lungo il tracciato della galleria di bonifica Pantano-Mondragone.  L’Obiettivo Tematico V – Adattamento al cambiamento climatico, prevenzione e gestione dei rischi, inserito tra gli obiettivi strategici del Bando sulla Rigenerazione Urbana Sostenibile, trova perfetta collocazione in questo settimo approfondimento poiché la galleria per funzione ed estensione, rappresenta senza dubbio l’elemento più rilevante, nel contesto di quelle “architetture del buio” che attraversano il tessuto ipogeo ruvese. Inoltre ha anche funzione di riduzione del rischio da inondazione evidenziato nelle mappe del P.A.I.

Il percorso consta di otto tappe nelle quali, oltre a ripercorrere la storia di questa grande opera urbana, le sue finalità, le testimonianze ritrovate, i rischi idro-geologici allo stato attuale, si evidenzia la necessità di conoscere e sviluppare consapevolezza sul sottosuolo, le sue risorse e le sue problematiche. Obiettivo è comprendere se oltre al ripristino del compito primario possano esistere nuove forme di utilizzo della galleria, e se e come il sottosuolo può fornire nuove risorse in termini di identità e cultura.

Apre la conversazione Vincenzo Iurilli, presidente del GSR, che presenta la galleria, progettata nei primi del 1900 allo scopo di bonificare l’area paludosa in località “Pantano”. Questa è infatti un’area depressa situata a sud-ovest del centro abitato;  è delimitata a Nord dal pendio della collina su cui sorge Ruvo e dalla linea ferroviaria, e a Sud dalla strada SP 231 (ex SS 98). La presenza di uno specchio d’acqua in quest’area è documentata da alcune cartoline dell’inizio del XX secolo che mostrano Ruvo in un inusuale paesaggio “lacustre”. È una apparente contraddizione con la natura carsica dei terreni dell’agro di Ruvo il cui centro abitato si sviluppa su roccia calcarea fessurata e quindi altamente permeabile alle acque; l’area depressa infatti è stata nei tempi geologici sede di accumulo di sedimenti marini anche argillosi che hanno reso il fondo impermeabile.

tratta dal Calendario Pro Loco 2014 – Collezione Francesco Paparella

In mancanza della documentazione originale del progetto del 1919, motivato e finanziato per la prevenzione di problemi sanitari, come la malaria, le informazioni provengono da corrispondenza e atti degli archivi pubblici e dal progetto di completamento (del 1923): questo prevede di riprendere i lavori da tratti di galleria e pozzetti già realizzati nel primo dopoguerra, prima di interruzioni dovute a varie complicazioni correlabili con gli eventi storici. La galleria è lunga quasi 1700 m, con una sezione di 2m x 2m, rivestita artificialmente in pietra solo dove necessario, con un ingresso dalla parte del Pantano in apposita trincea, a valle di una cisterna in pietra ora distrutta, e lo sbocco., sotterraneo per non allagare altri campi,  in contrada Mondragone, presso l’inizio del viale Ugo Foscolo allora in costruzione. Quivi infatti fu scelta una delle voragini carsiche naturali (capoventi) abbastanza ampia e capace di assorbire acqua convogliandola nel sottosuolo. Nel 1929 terminano i lavori, che consegnano un’infrastruttura dotata di cinque pozzetti verticali di accesso e ispezione, ubicati lungo il tracciato, attualmente coperti per ragioni di sicurezza, ma comunque ostruiti dallo scarico abusivo di materiali di risulta. Lo sbocco è un sistema che raccorda con un pozzetto artificiale sia lo scarico della galleria che la voragine naturale di Mondragone e un “troppo pieno” diretto ad una cisterna per la raccolta di acqua. L’accesso è ancora possibile, ma essendo verticale solo con le dovute cautele e attrezzature.

 

Nel corso dei decenni successivi alla seconda guerra mondiale l’opera ha vissuto una lunga fase di oblio. Per decenni è stata visitata da ragazzi avventurosi aspiranti esploratori, che discendevano i pioli dei pozzetti. L’espansione della città è proseguita con indifferenza (si è persa la localizzazione dei pozzetti d’ispezione) rispetto a questa opera sotterranea di cui solo recentemente si è provveduto a inserirne il tracciato negli strumenti di pianificazione.

Malgrado la mancanza di manutenzione programmata, l’opera conserva tuttora la sua funzione ma con portata limitata a causa sia del materiale fangoso depositato dalle piene sia degli scarichi nei pozzetti, per cui la dispersione per filtrazione nelle fessure naturali del sottosuolo carsico sarebbe ora prevalente rispetto al libero deflusso. Un suo pieno ripristino mediante disostruzione darebbe la massima garanzia di tutela in caso di eventi metereologici eccezionali, sempre più frequenti, che minacciano le colture in zona Pantano e la circolazione stradale e gli impianti lungo la SP231.

Si tratta anche più in generale il ruolo del “sottosuolo”, ricordando la sua funzione di assorbimento e riserva idrica (falda freatica) in prossimità delle fontanelle pubbliche, la cui acqua proviene, attraverso l’Acquedotto Pugliese, proprio da una falda idrica carsica analoga a quella murgiana, ma sita in Campania. Il sottosuolo, inoltre, è sede sia di antiche opere di stoccaggio delle acque, che di ambienti, naturali o artificiali, dedicati al culto e/o al riparo, e per sua natura è il luogo della stratificazione di tutti i resti della vita e dell’attività umana dalla preistoria.

Se fino agli inizi del ‘900 le tecniche costruttive prevedevano una stretta simbiosi con il sottosuolo su cui gli edifici sorgevano, dal quale si estraeva il materiale necessario alla costruzione stessa, con l’industrializzazione dell’edilizia questa relazione viene meno, spesso a scapito della sicurezza geologica dell’edificato. Il sottosuolo della città di Ruvo, per la sua natura geologica data da calcari stratificati e compatti, sebbene carsificati, ha dunque fornito il principale materiale costruttivo, la pietra da costruzione, assumendo funzione di cava e nel contempo accogliendo e conservando le diverse stratificazioni storiche. Per questo lo studio e analisi del sottosuolo riveste interesse non solo da un punto di vista naturalistico, ma anche storico-antropologico. Possiamo solo immaginare le opportunità che possono nascere dal ritrovamento sotterraneo delle nostre radici storiche in oggetti, tracce e strati di vita del passato sepolti poco sotto i nostri passi. Le cantine degli edifici, ad esempio, costruiti fino agli inizi del secolo scorso rivelano importanti aspetti della nostra storia: significativo è il caso della cantina di un edificio nel nucleo antico in cui è stata rinvenuta una cisterna a trullo con struttura a finta cupola. Proprio le cisterne rappresentano spesso grandi contenitori di oggetti d’epoca che si accumulano nei fanghi depositati nel tempo. Nel complesso si tratta di un insieme diffuso di testimonianze storiche da inserire in un sistema di percorsi conoscitivi atti a proteggerle e valorizzarle. Se operare con questa ottica sul costruito comporta alcune difficoltà, è auspicabile che sulle nuove edificazioni e nell’ambito di piani di riqualificazione che interessano le piazze esso sia l’approccio generale con cui si progettano le trasformazioni della città.

Una nuova consapevolezza sia in termini di rischio idrogeologico che riguardo la valorizzazione del patrimonio storico e naturalistico sta portando diverse novità: secondo quanto stabilito dall’adottando PUG, nel corso delle fasi preliminari all’edificazione, lo scavo sarà soggetto a una verifica “speleologica”, speditiva ed economica, oltre alle consuete indagini geologica e archeologica, da parte di tecnici esterni e indipendenti capaci eventualmente di esplorare anche cunicoli e “capoventi”. L’obiettivo da perseguire è conoscere meglio lo sviluppo dei vuoti e lo stato della roccia in essi, per prevenire potenziali dissesti e “sorprese geologiche” sgradite, che per aiutare i progettisti nel consolidamento, ma a questo si affianca la possibilità di rendere fruibile il paesaggio ipogeo eventualmente ritrovabile, sia pure con documentazioni fotografiche e informazioni, dati che comunque si possono ritenere utili allo sviluppo di una gestione informata e consapevole del territorio da parte dei suoi abitanti.

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